bordo pista: Red Hook Milano 10.10.2015

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Red Hook Milano 10.10.2015

Era una fredda notte del 2010, per la precisione era il 15 ottobre 2010, e noi stavamo lì ammassati un po’ per farci caldo un po’ per spirito di gruppo ad ascoltare un americano sbraitare in un megafonino. Istruzioni di gara, regolamenti, consigli e divieti fluivano gracchianti verso uno sparuto numero di partecipanti, tra di loro riders di ogni tipo: tutine, maglie vintage, caschi da hokey, gente con gli straps, bull horn, riser, camice di flanella, lenticolari e convertite.“Cos’ha da blaterare così tanto sto qui?” rumoreggiava la platea. Eravamo in pochi, le strade erano male illuminate, gli angoli presidiati da quattro volontari tanto determinati quanto soli, eppure David August Trimble aveva già le idee tremendamente chiare mentre impartiva, per la prima volta in Italia, le regole di una gara che avrebbe fatto scuola. Per me le criteria, assumiamo che sia latino e decliniamolo in quanto tale, erano ancora un gruppo di americani anni settanta con le bici di tubi Reynolds e i cambi Huret che scannavano su di un circuito cittadino, roba passata e per di più di importazione. Ma questo era qualcosa di diverso, di nuovo e spettacolare ma soprattutto era nostro, nasceva con noi, con quelli che come me condividevano la passione del ciclismo urbano in tutte le sue pieghe, fossero essi spettatori o corridori quella sera. Rivedendo le foto di quella serata fa piacere scorgere alcuni volti delle persone che da allora costruiranno insieme questo movimento. La prima Red Hook fu un seme gettato nel campo fertile della nostra voglia di andare in bici, e quel seme ha dato i suoi frutti.
All’arrivo in Bovisa il colpo d’occhio è magnifico, un intero parcheggio adibito a zona paddock costeggia il rettilineo finale. atleti, rulli, massaggiatori, meccanici, fotografi, curiosi, sciuri e sciure; il piazzale brulica di vita. si torna per la sesta volta a Milano, quinta volta in Bovisa, sul tracciato ormai testato di 1250 m. Bovisa, c’è poco da dire, è un gran circuito. 9 curve, sei sinistra e sei destra, un rettilineo, un mezzo rettilineo e un sacco di sezioni brevi tra le curve in cui non bisogna far altro che spingere. Tracciato molto tecnico, dove non bastano le gambe per mettersi davanti. Certo a voler essere pignoli la variante alta della prima edizione aggiungeva quel poco di dislivello che serviva per una ricetta ben bilanciata ma non è tempo di perdersi in disquisizioni tecniche.
Le qualifiche si dimostrano già interessanti, gli atleti dei primi turni non si accordano o semplicemente non si trovano in pista realizzando tempi nella media mentre nei successivi turni c’è più coesione di gruppo con un deciso guadagno cronometrico. Samuele Cai di Iride stampa un impressionante 1:31.53 limando due secondi al record dello scorso anno. Assieme a Cai il team modenese piazza altri quattro atleti tra i primi dieci in griglia, l’obbiettivo potrebbe essere la classifica a squadre che li vede quarti a 47 punti di distacco dal team Cinelli Chrome in vetta. Interrogato al riguardo il ds Zazzera rivela: “Stiamo correndo con la mente sgombra, senza pensare a classifiche o risultati”. a giudicare dalle qualifiche sembrerebbe funzionare. Bene anche Fabio Scarazzati del team Back2Back IMAGO, mi accoglie con un mezzo sorriso lamentandosi: “ho montato un rapporto un po’ corto”, quando gli faccio notare che è secondo in griglia il sorriso si apre del tutto, vecchia volpe. Non fa calcoli per la gara Scarazzati, d’altronde come potrebbe? E’ si terzo in classifica generale ma con un marcato distacco di 30 punti. Sarebbero davvero troppe le coincidenze che si dovrebbero verificare per recuperare il primo. Già il primo, Ivan Ravaioli, lo squalo, sarebbe il soprannome perfetto non fosse già ad appannaggio del Vincenzo nazionale. Comunque lo si chiami: squalo, predatore marino, cane da presa o quant’altro resta il fatto che Ravaioli abbia fatto sua la serie con incredibile grinta, determinazione e soprattutto sicurezza. Ma non bisogna pensare a un Dolph Lundgren (Ivan Drago di Rocky IV ndt) nostrano, niente massaggiatori, rulli sonici e macchine sofisticate anzi, al box Bahumer si respira un aria famigliare, un lungo tavolo, bambini, griglia sempre accesa e qualche buona birra, in mezzo il primatista che si gode la giornata tra amici come un tranquillo pic-nic. Oltre a Scarazzati Ravaioli deve temere soltanto altri tre atleti che la matematica non ha ancora escluso dai giochi: Mario Paz Duque di Iride e Augusto Reati di Supernova a 31 punti ed un più preoccupante William Guzman del team Impulse Stage a 21. L’unica nuvola sul pranzo campale di Ravaioli sono le qualifiche che lo vedono 19simo in griglia ben dietro a tutti i suoi avversari diretti, una nuvola passeggera si potrebbe dire ma non è mai indicato fare i conti prima di tagliare il traguardo.
Incontriamo Daniele Callegarin, in forte crescita nell’ultimo periodo, del team Oscar Cycling, sembra fiducioso riguardo alla corsa: 14° nelle qualifiche porta in pista un telaio in carbonio realizzato appositamente per la gara milanese mentre il suo compagno di squadra Roberto Barone, 9° al termine delle qualifiche, prova già il telaio in alluminio per il 2016. Da notare che il team Oscar Cycling è ottavo in classifica generale pur avendo preso parte soltanto a due prove. Al box Oscar anche le due componenti femminili Mariaelena Mastrolia e Jasmine Dotti, che si metterà in mostra nella finale di categoria.
Nessun corridore ci fornisce il rapporto montato, questioni di tattica o pre-tattica che dir si voglia.
Alle ore 17:30 prende il via la last chance race, la gara di ripescaggio, l’ultima occasione per strappare un posto in finale, ce ne sono dieci in palio per 54 corridori. Mentre gli atleti si avviano verso la zona di riscaldamento incontro Riccardo Volpe, una vera e propria istituzione della gara milanese, quest’anno i concorrenti che hanno preso parte a tutte le edizioni della Red Hook meneghina si contano sulle dita di una mano. Strano vederlo fuori dai giochi ma la spiegazione ce la fornisce candidamente lo stesso interessato: “Nelle qualifiche bisognava trovare il treno buono, inoltre il livello si è alzato tantissimo, i tempi sono migliorati di due secondi in un anno ed io non riesco a limare più di mezzo secondo all’anno, tengo famiglia”
La last chance è un piacevole ed inaspettato aperitivo, la gara è su soli 14 giri quindi richiede un approccio totalmente differente, una personale interpretazione la da Marius Petrache il rumeno wild card amico del più noto Grosu. A proposito di Grosu, giusto per spendere due parole sul dominatore degli ultimi due anni a Milano, quest’anno l’atleta è stato bloccato dalla squadra la Nippo Vini Fantini perché lui a detta di un amico:“ci sarebbe venuto su una ruota a fare questa gara tanto gli piace”. Ma niente Grosu oggi, a portare i colori della Romania ci pensa Petrache che scatta in fuga a metà gara e si porta a spasso il gruppo per buoni cinque giri prima di essere ripreso. Dietro, alla caccia del fuggitivo, si ritrovano in nove fino ad un giro dal termine. Il fatto di essere tutti virtualmente qualificati spinge gli atleti a rallentare un po’ troppo ma da dietro il gruppo arriva stanco e nello sprint qualcosa si muove giusto nelle ultime posizioni valide. Passano per primi Mariani di Iride, Marius Petrache e Mirko Mauri di Brianza Squadra Corse, tra i dieci ripescati anche gli italiani Marco Sartori e Niccolo Varanini del team PEdAL ED.
Un assaggio, solo un assaggio per il pubblico che inizia distribuirsi lungo il percorso e nella zona paddock. C’è giusto il tempo per qualche altra domanda prima della finale femminile, al box Cinelli Chrome i meccanici lavorano sulle bici, nulla di particolare, un’ultima verifica e ripulita, molti atleti per comodità hanno preferito spostarsi a casa in attesa della finale mentre Kelli Samuelson e Joe Celso si riscaldano sui rulli. Per il team Cinelli Chrome l’obbiettivo è la classifica squadre, gli addetti non lo danno a vedere ma alcune direttive sembrano essere arrivate. Tallonati dal team Back2Back Imago a soli 12 punti la squadra italo americana deve fare anche i conti con l’infortunio in cui è incorso Alessandro Bruzza poco tempo fa, frattura dell’avambraccio per il fuoriclasse genovese, ma può consolarsi con il ritorno in pista di Stefan Vis e l’ottimo tempo di qualifica di Paolo Bravini, 5° posto. Davanti a loro un festante team Dafne mette il suo solito marchio goliardico alla manifestazione. Tante comunque le squadre italiane in gara, oltre ai già citati abbiamo anche Desgena, Cykeln Rivalta, HBK Cycling, Thoro Factory Racing, CCSC, Ravens Fixed e Tremens Team segno dell’enorme interesse per questa disciplina nel bel paese.
Al calar del sole scendono in pista le atleti per la finale femminile. Il giro di prova viene aperto da un bambino di soli sei anni assieme a Luciano Berruti “di più di sei anni” come simpaticamente commenta lo speaker. Neanche il tempo di vedere il piccolo sprintare, perché lo ha fatto eccome, e le corridori sono pronte sulla griglia di partenza. La gara ha un andamento regolare con le atlete di vertice al comando nel primo gruppo e le posizioni di rincalzo che via via si sfilacciano, particolarmente agguerrite le componenti del team Aventon Factory che, puntando alla classifica a squadre, provano a chiudere la gara tenendo alto il ritmo. A metà gara un brutto incidente alla curva 2, la rotonda, costringe l’organizzazione a fermare la corsa, le atleti vengono fatte fermare divise nei vari gruppi che si erano formati nel corso della gara. Alla ripartenza, avvenuta scaglionata, l’italiana Stefania Baldi, 11° in classifica generale, cade e perde di fatto la possibilità di rimanere con le prime. L’arrivo è in volata, la spunta, ancora, Ainara Elbusto del team Conor WRC davanti a Kacey Lloyd del team Rockstar Games e Fleur Faure del team Poloandbike. Tra le prime otto, in meno di tre secondi, troviamo anche le italiane Vittoria Reati di Supernova giunta quinta e Jasmine Dotti di Oscar Cycling sesta. Il podio della gara ricalca quello della serie mentre la classifica a squadre vede Aventon Factory davanti a Poloandbike e Conor WRC.
Neanche il tempo di smaltire le emozioni della prova femminile che gli uomini vengono chiamati in zona riscaldamento. Ravaioli si siede, o meglio si sbraga, con la schiena appoggiata alla transenna, lo sguardo fisso, la concentrazione al massimo; gli altri parlano, si scaldano, fanno gli ultimi controlli sulla bici e compiono gesti scaramantici.
Ed eccoci qua, sei anni dopo, con Trimble che espone più o meno le stesse regole urlate dal megafonino in quell’ottobre 2010, c’è da dargliene atto è stato lungimirante, ma davanti a lui non più la massa in un certo senso informe della prima volta bensì una schiera di atleti ordinata e, in un senso agonistico, minacciosa. Il giro di prova viene aperto dalla coppia già rodata per la finale femminile, anche questa volta il bambino sprinta bruciando tutti e arrivando sul traguardo frullando le gambe come un forsennato, diamo un rapporto più adeguato a questo bambino.
Alle 21:15 prende il via la Red Hook Criterium Milano. Neanche il tempo di raggiungere la curva 1 e una caduta mette fuori gara Varanini e Sartori del team PEdAL ED, assieme ad altri due corridori. Non c’è il tempo di voltarsi indietro la testa del gruppo pensa già al premio in palio per lo sprint del primo giro. Davanti a tutti si presenta uno specialista, Mario Paz Duque del team Iride, quarto in generale predilige gli sprint del primo giro. Fa parte del secondo giro in testa ma viene riassorbito dal gruppo prima della fine dello stesso. Non fa in tempo a passare un giro che ci prova Barone di Oscar Cycling, nel corso della tornata guadagna un buon margine senza mai superare i 5”. Il gruppo dietro sembra comunque più interessato alla classifica generale piuttosto che alla gara, ognuno ha una posizione da difendere o una da attaccare, pochi hanno la voglia di rischiare. Ciononostante l’andatura imposta da Barone al resto del gruppo fa la selezione, dal fondo iniziano a staccarsi i primi elementi. Riassorbito Barone dopo due giri esce dal gruppo Callegarin di Oscar Cycling che fa il vuoto nella prima sezione del tracciato ma viene ripreso prima del traguardo, un attimo di pausa permette ad alcuni atleti di riaccodarsi. Sorprendentemente al 13° giro ci riprova Marius Petrache, evidentemente ancora fresco dalla last chance race, ma è a questo punto che dal gruppo spunta la vera sorpresa della serata: Mr Colin Strickland. In un giro riprende Petrache, tra il 14° ed il 16° giro costruisce un buon margine su un gruppo che sembra ancora disinteressato, sicuro delle sue possibilità ma anche concentrato su altro. Ci provano gli outsider, anche se è riduttivo definirli così, Biganzoli e Callegarin che al 17° giro quasi riesce a chiudere sulla fuga. Ma l’americano del team Aventon Factory è imprendibile e furbo, fa avvicinare il gruppo, rifiata un po’ e poi riparte e quando riparte mette secondi sulla strada, non decimi. D’altronde Strickland non è uno di primo pelo, gareggia su strada negli Stati Uniti per la squadra Elbowz Racing, fondata dal campione di motociclismo Ben Spies, gente seria. Così, nell’incredulità dei presenti, il margine del primo continua a salire fino ad arrivare a 12” a due giri dal termine. Dietro calma piatta, quantomeno apparente. Nessuno a questo punto pare seriamente interessato ad andare a prendere il primo, si guadagnano posizioni, si studiano tattiche e qualcuno, ma credo pochi, fa qualche calcolo. Il fatto che qualcuno voglia chiudere sul primo mentre altri non vogliano restare indietro fa comunque sì che la velocità si mantenga elevata. Come se tutto questo non bastasse la dea bendata prende l’aspetto di qualcosa per terra, un sasso aguzzo, una scheggia di vetro, un chiodo, chi lo potrà mai sapere? Fatto sta che nell’ordine forano il secondo in generale, Guzman, e il quarto, Mario Paz Duque. Duque percorre praticamente un giro intero con la ruota forata perdendo la testa del gruppo, accortosi dell’inconveniente tecnico il suo compagno di squadra Nicholas Varani si ferma per cedergli la bici. Ci sono 21 cm che dividono i due riders in termini di altezza, ciononostante il colombiano in due soli giri riesce a riportarsi sul gruppo di testa dimostrando, ancora una volta, la sua grande tenacia e determinazione.
Ultimo giro.
Strickland è davanti ma l’aria in faccia inizia a farsi sentire e la pedalata si appesantisce, dietro il gruppo si è svegliato, complice forse la campanella suonata al traguardo o il delirio del pubblico, fatto sta che il ritmo è decisamente cambiato. Il finale è quello che non ti aspetti, Strickland mantiene un margine sufficiente da permettergli di tagliare il traguardo a mani alzate, dietro la bagarre ha fatto le sue vittime, ne fanno le spese Barone e Chetout, altro atleta “in prestito” da ciclismo di altro livello essendo in forze alla Cofidis, che si sdraiano alla curva 6 a due passi dall’arrivo. A due secondi scarsi dal primo piomba come uno squalo (non c’è immagine migliore purtroppo) Ravaioli seguito di un soffio da Callegarin e Augusto Reati. Da sottolineare l’ottimo 10° posto di Marius Petrache, grande protagonista di questa giornata.
Il primato della classifica generale resta a Ivan Ravaioli del team Bahumer, seguito da Augusto Reati di Supernova e Fabio Scarazzati di Back2Back IMAGO. Per quanto riguarda la classifica dei team Cinelli Chrome resta in vetta, grazie all’ottimo 8° piazzamento di Vis e al 16° di Bravini, seguito da Back2Back IMAGO, Supernova e Bahumer. Quattro team italiani in vetta alla classifica, una vera consacrazione.
Non resta che vedere le premiazioni, tributare la buona sorte con ampie libagioni e tornare a casa un po’ brilli e contenti di esserci stati anche questa volta.

G.G.

One comment

  1. riky76 · December 11

    Reblogged this on riky76omnium and commented:
    come se lo avessi scritto io, ma meglio. Una lucida cronaca della Red Hook milanese fatta da chi è dentro dal primo giorno, anzi anche da prima.

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